Storia e cultura

Storia del tè

Il tè è, dopo l’acqua, la bevanda più consumata al mondo e la sua storia risale a oltre 5000 anni fa. Molto prima che venisse servito nei salotti europei, in Cina era considerato allo stesso tempo medicina, merce di scambio e bene culturale. Per i baristi il tè divenne interessante solo nel XX secolo, quando i cocktail a base di tè freddo e i punch andarono a integrare la classica barra degli spiritelli. Oggi, il tè vive una rinascita nella mixologia, che va ben oltre il semplice tè freddo.

Il viaggio del tè dalla corte imperiale cinese alla Boston Tea Party fino al Cold Brew, all’infusione e al Fat-Washing dietro al bancone.Ingrandisci grafica
Il tè ha 5000 anni eppure è un ingrediente da bar: Lapsang per il fumo, Matcha per la cremosità terrosa, tè bianco per gli aperitivi leggeri. Il tè in bustina non ha spazio dietro il bancone.

Origine e diffusione precoce

La leggenda attribuisce la scoperta del tè all’imperatore cinese Shen Nung, che si dice sia vissuto intorno al 2737 a.C. Storicamente, è certo che il tè veniva coltivato e bevuto in Cina già al più tardi durante la dinastia Han (206 a.C. – 220 d.C.). Inizialmente apprezzato come rimedio medicinale, il consumo di tè si sviluppò in una forma d’arte che raggiunse il suo primo apice durante la dinastia Tang (618–907). Lo studioso Lu Yu scrisse nel VIII secolo il Cha Jing, il classico libro del tè, che descriveva sistematicamente la coltivazione, la preparazione e la cerimonia del tè.

Attraverso la Via della Seta e i monaci buddisti, il tè arrivò in Giappone, dove a partire dal XII secolo si sviluppò una cultura del tè propria. La cerimonia del tè giapponese, Chanoyu, divenne una pratica meditativa che univa estetica, filosofia ed etichetta sociale. In Europa il tè arrivò solo nel XVII secolo grazie a mercanti olandesi e portoghesi. L’Inghilterra lo rese una bevanda nazionale a partire dagli anni 1660, inizialmente come bene di lusso costoso dell’aristocrazia, poi come bevanda quotidiana di tutte le classi sociali.

Il tè come merce di scambio e fattore politico

Il commercio del tè ha cambiato l’economia mondiale. La Compagnia Britannica delle Indie Orientali controllava nel XVIII secolo le importazioni in Europa e realizzava enormi profitti. Per compensare il deficit commerciale con la Cina, la Gran Bretagna esportava oppio dall’India in Cina, il che portò alle guerre dell’oppio (1839–1842 e 1856–1860). Questi conflitti aprirono la Cina con la forza al commercio occidentale e ebbero conseguenze politiche di vasta portata.

La celebre Boston Tea Party del 1773 fu una protesta diretta contro la tassa britannica sul tè e viene considerata come l’innesco della Rivoluzione Americana. Il tè non era quindi solo una bevanda di piacere, ma anche uno strumento di potere e un simbolo di conflitti politici. Nel XIX secolo, i britannici iniziarono a coltivare il tè nelle loro colonie in India e Ceylon (oggi Sri Lanka) per ridurre la dipendenza dalla Cina. Assam e Darjeeling divennero aree di coltivazione famose in tutto il mondo.

Il tè al bar

Nella cultura classica del bar del XIX secolo, il tè inizialmente non aveva un ruolo importante. I punch, che spesso contenevano tè, erano già popolari nel XVIII secolo in Inghilterra e nelle colonie americane, ma venivano serviti principalmente in occasioni private, non nei bar pubblici. Solo con il proibizionismo negli Stati Uniti (1920–1933) il tè acquistò importanza: le tea room divennero luoghi di ritrovo legali in cui, in segreto, veniva servito anche alcol.

Dopo la Seconda Guerra Mondiale, i baristi iniziarono a sperimentare con il tè come ingrediente. Il Long Island Iced Tea, nonostante il suo nome non contenga tè vero, venne probabilmente creato negli anni ’70 e divenne il simbolo di drink forti e dolci. Parallelamente, in Asia si sviluppò una cultura dei cocktail propria, che combinava le tradizionali varietà di tè con gli spiritelli. In Giappone, ad esempio, il Matcha e il Sencha vennero integrati nei drink molto prima che questo diventasse di moda in Occidente.

Dagli anni 2000, il tè sta vivendo una rivalutazione nel mondo dei bar di alto livello. I baristi utilizzano tè di alta qualità per infusi, sciroppi e fat-washing. Il tè freddo, preparato come Cold Brew, offre aromi complessi senza sostanze amare. Anche i tè-tonici e i cocktail analcolici a base di tè si sono affermati, poiché offrono profondità e struttura senza fare affidamento sugli alcolici. Oggi il tè non viene più considerato solo come un riempitivo, ma come un vero e proprio portatore di sapore con un proprio profilo distintivo.

Cosa rimane del tè al bar

La cultura millenaria del tè ha lasciato alla barra soprattutto una cosa: rispetto per l’ingrediente. Mentre un tempo il tè veniva spesso preparato senza cura, utilizzando bustine, i barman moderni lavorano con foglie sciolte, prestando attenzione alla temperatura dell’acqua e al tempo di infusione. La varietà delle tipologie di tè – dal delicato tè bianco al fumoso Lapsang Souchong, fino al fermentato Pu-Erh – offre un ampio spettro aromatico che può essere sfruttato con precisione.

Anche la dimensione cerimoniale del tè trova spazio dietro al banco. La preparazione consapevole e tranquilla, centrale nella cerimonia giapponese del tè, ispira i barman che valorizzano l’artigianalità e la presentazione. Il tè unisce tradizione e innovazione: è ancorato alla storia e, al contempo, aperto a nuove interpretazioni. In un’epoca in cui i clienti chiedono sempre più spesso alternative senza alcol, il tè offre una profondità gustativa che va ben oltre le bevande analcoliche.

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Domande frequenti

Da quando il tè viene utilizzato nei cocktail?

Già nel XVIII secolo il tè era parte integrante dei Punch, bevuti in Inghilterra e nelle colonie americane. Nella cultura bar moderna, il tè ha acquistato rilevanza solo a partire dagli anni ’70 del Novecento, ma negli ultimi vent’anni ha vissuto una rinascita nell’alta mixologia.

Quali tipologie di tè si prestano particolarmente per i cocktail?

In linea di principio, si possono usare tutte le tipologie di tè, a seconda del profilo aromatico desiderato. Il tè nero, come l’Earl Grey o l’Assam, offre note corpose e maltate, mentre il tè verde, come il Sencha o il Gunpowder, porta freschezza e sentori erbacei. Il tè Oolong si colloca a metà tra questi due estremi. Il fumoso Lapsang Souchong, il floreale Jasmin o il terroso Pu-Erh aprono ulteriori possibilità.

Perché il Long Island Iced Tea si chiama così se non contiene tè?

Il nome fa riferimento all’aspetto: la bevanda sembra un tè freddo, ma in realtà contiene una miscela di diversi alcolici e cola. La denominazione era probabilmente pensata per risultare innocua, nonostante il cocktail sia molto alcolico.

Come si prepara al meglio il tè per i cocktail?

Per i drink freddi si consiglia la Cold Brew: lasciare il tè in infusione in acqua fredda per diverse ore. Il risultato è meno amaro e con un aroma più chiaro. In alternativa, si può preparare il tè a caldo, lasciarlo raffreddare e poi utilizzarlo. È importante prestare attenzione alla temperatura dell’acqua e al tempo di infusione per evitare l’amaro.

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